Valerie. Il mio “incontro” con Amy Winehouse. Ep II














 Agosto 2011

Ampiamente rientrato dalle ferie, sto facendo stretching a casa, dopo l’ufficio. Saranno le 18.30. All’improvviso nella mia mente zampilla dal nulla la musica di Back to black di Amy, forse l’unica che conoscevo un filo meglio, del suo repertorio. Non riesco a resistere, mi siedo al piano, trovo gli accordi. 


«He left no time to regret…» nel giro di poco la padroneggio abbastanza bene. «Ma... aspetta un attimo… - mi dico interrompendo bruscamente di suonare - che mi metto a fare… le cover della Winehouse?» Da interprete maschile infatti, non è molto usuale affrontare repertori femminili, per un fatto di testi, vocalità, registri ecc.…Ma soprattutto volevo davvero mettermi a confronto con una voce del genere? Falso problema. Qualcosa aveva già iniziato a cantare attraverso di me, che io fossi d’accordo o meno. La mia voce suonava diversa, la mia gola si muoveva diversamente, in modo quasi automatico. Come se un gigantesco file di aggiornamento fosse stato scaricato da chissà quale server remoto. Non era questione di imitare, ero sempre io con la mia voce, ma c’era una forte sfumatura in più, c’era qualcuno che cantava in me, e mi pregava di non fermarmi, di non fare resistenza, di lasciarmi andare senza paura. Ero solo un canale. Si fece buio, dimenticai quasi di cenare, niente, dovevo continuare. Nel giro di poco imparai diversi altri brani, e da quel momento studiai tutto ciò che trovavo su questa donna, spesso piangendo e chiedendomi sbigottito come fosse possibile struggersi di nostalgia per qualcuno che hai incontrato – si fa per dire – solo dopo la sua morte. Come puoi sentirti francamente avvilito e triste per una persona che non hai mai incrociato neanche artisticamente? Torno a dire: non ero un fan, non conoscevo quella donna (di nuovo San Pietro…)

Un giorno in ufficio, il mio collega Ewan (“casualmente” di origini inglesi) mi suggerisce di imparare anche Valerie, altro brano molto celebre di Amy, anche se in realtà è una cover dell’originale scritto e inciso da una band chiamata Zutons. È carino, agevole, ok lo imparo. Sto davanti a You Tube a studiare accordi, parole ecc. Poi, in un istante che ricorderò per sempre, lei guarda la telecamera e canta: «Why don’t you come on over, Valerie?» 

Il tempo si ferma, la mia mente razionale si congela. 

Sembra uscire dallo schermo, è materia viva.

Spiego a parole ciò che in quel millesimo di secondo mi ha colpito tutto insieme, come un unico pacchetto di informazioni, con la potenza, la velocità e la luminosità di un fulmine: “Why don’t you come on over” è traducibile con “perché non torni a casa” o anche “perché non vieni da me”. Il senso è quello.

E per quanto riguarda “Valerie”…leggete il mio nome alla fine di questo articolo e…benvenuti nella multidimensionalità.

Inizia da allora una simbiosi mistica. Parlo con lei mentalmente e a voce alta quando sono da solo, la sento, è una presenza vera, pulsante, reale.

Questa elettricità che sento dentro mi scuote anche da un periodo di inerzia artistica in cui mi ero ormai arreso alla routine lavorativa, accantonando le mie idee sine die.

Emergono nuove collaborazioni, idee, spunti, risorse economiche, mi rimetto in moto, stento a riconoscermi, e tutto senza avere la minima idea di cosa stia accadendo.

Dopo due anni il mio primo album sarebbe stato una realtà. 

In questo disco c’è un brano, intitolato appunto “Amy”, che pochi mesi dopo la sua pubblicazione avrebbe finalmente dato un senso enorme a tutto questo.


Fine Ep II

Valerio Mattei

Novembre 2020

valeriomattei.com

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